I miei coinquilini pugliesi, ad esempio, non perdono occasione per ribadire come il pane da loro sia esageratamente più buono.
Un mio amico abruzzese mi parla delle spiagge in cui, ogni estate, fa il bagnino.
Un amico bolognese ha la nonna che fa dei tortellini meravigliosi.
E io?
Spesso mi trovo in difficoltà.
Non saprei proprio cosa dire.
Cosa c'è di veramente particolare nella mia zona?
Poi quando torno a casa, appena smonto dal treno, la risposta mi si palesa davanti.
O meglio: mi si palesa tutto attorno.
Nebbia.
Che culo.
Perché desiderare chilometri e chilometri di spiagge incontaminate quando si ha la possibilità di non vedere a più di 100 metri?
Forse ci vorrebbe meno nebbia a questo mondo.
Sembra assurdo, quasi che io mi voglia vantare, ma quando a Bologna si lamentano della nebbia a me sembra quasi una giornata soleggiata.
Eppure nella nebbia così fitta c'è qualcosa di rassicurante e confortante, quasi il mondo finisse li, a pochi metri da te.
Come se, oltre a dove arriva il tuo sguardo, non ci fosse nulla.
Come se, oltre a dove arriva il tuo sguardo, non ci fosse nulla.
Avvolto in quella foschia impalpabile ti senti padrone di quel brandello di mondo che i tuoi occhi hanno ritagliato.
Ma ti senti anche estremamente solo, in piedi in mezzo al freddo e alla nebbia.
Come se, oltre a dove arriva il tuo sguardo, non ci fosse nessuno.
E, circondato da questo gelido mantello di nebbia, mi ritrovo ogni volta a pensare.
Si, perché la nebbia mi fa riflettere.
Il che, se si sorvola sulla bassa qualità dei miei ragionamenti, non è affatto una brutta cosa.
Forse ci vorrebbe più nebbia a questo mondo.

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